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Diabete: gambe a rischio PDF Stampa E-mail
Domenica 09 Settembre 2007 20:45

La malattia danneggia le arterie e può portare all'amputazione.
Oggi l'intervento si evita, con l'angioplastica.


Attualmente nel mondo soffrono di diabete circa 151 milioni di persone, che si stima, diventeranno oltre 300 milioni tra vent' anni. In Italia, i diabetici oltre sono altre 2,5 milioni. Quasi un terzo non sa di essere malato, e lo apprende soltanto quando si verificano gravi complicazioni.
Una di queste è il cosiddetto “piede diabetico”, una sindrome che si manifesta nel 20 per cento dei diabetici e, che comporta, se non trattata adeguatamente, un elevato rischio di amputazione dell'arto. A provocarla è l'eccesso di zuccheri nel sangue, che causa un ispessimento delle arterie e un progressivo processo di calcificazione, il quale impedisce la normale ossigenazione dei tessuti, soprattutto di quelli delle gambe.

L'amputazione di un arto è un atto chirurgico altamente traumatico e, in molti casi, devastante (la mortalità entro 12-18 mesi dall'intervento riguarda circa il 40 per cento dei pazienti). Ma, per fortuna, in molti casi l'amputazione si può evitare. Oggi, infatti, è possibile intervenire riaprendo le arterie della gamba che si sono chiuse con la stessa metodica utilizzata per le coronarie. Le angioplastiche periferiche costituiscono, infatti, la nuova frontiera dell'attività interventistica del cardiologo.

Attualmente l'angioplastica rappresenta un'efficace alternativa alla tecnica operatoria dei bye-pass, che presenta inevitabili limiti, quale una percentuale piuttosto elevata di richiusura del vaso trattato e una durata relativamente breve del by-pass (dai cinque ai dieci anni). I risultati ottenuti con la nuova metodica, invece, se non si evidenziano problemi nel corso dei sei mesi successivi all'intervento (periodo durante il quale si può presentare il rischio di ri-stenosi, cioè di richiusura del vaso), possono anche durare per tutta la vita.

Applicata alle arterie degli arti inferiori, l'angioplastica consente un trattamento conservativo, ricanalizzando di volta in volta le arterie che si chiudono a causa della patologia. Fattori fondamentali per la riuscita dell'intervento sono la tempestività nella diagnosi e l'atteggiamento collaborativi del paziente, il quale deve sottoporsi una o due volte all'anno – a seconda della gravità della malattia – al controllo dello specialista.
Il trattamento è rapido, si esegue in anestesia locale e richiede solo un paio di giorni di ricovero.

 

di Stefano Tonioni

Fonte: " Famiglia Cristiana " del 09-09-2007