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Come la biochimica ha cambiato l'approccio al diabete senile PDF Stampa E-mail
Martedì 01 Giugno 2010 07:29

Essendo il diabete una malattia dovuta al metabolismo degli zuccheri che, a causa di un non sufficiente apporto di insulina, non vengono utilizzati e restano nel sangue aumentando  la glicemia, si riteneva che fosse sufficiente non mangiare zuccheri, amidi o carboidrati in generale per curare il diabete.

Si pensava che il corpo umano fosse come un motore di un automobile. Se un motore è stato costruito per funzionare a benzina e viene rifornito con gasolio non funziona e viceversa, invece, l’organismo umano è una macchina perfetta, che riesce a trasformare tutti gli alimenti nell’unica molecola che le cellule utilizzano per produrre energia: il glucosio.

I nostri alimenti sono costituiti principalmente da carboidrati, proteine, grassi e tutti per poter fornire energia vitale occorre che vengano trasformati in glucosio. Prima, questo fenomeno noto come gluconeogenesi, che avviene principalmente nel fegato, non si conosceva, per cui si riteneva che bastasse eliminare dalla dieta i carboidrati per curare il diabete. La conseguenza è che, eliminando i carboidrati, l’organismo viene affaticato in quanto deve trasformare i grassi e le proteine in glucosio per poter continuare a vivere.

I diabetici abituati all’autocontrollo della glicemia avranno notato che facendola prima di andare a letto senza aver cenato e senza aver assunto alcun farmaco, si ritrovano la mattina con una glicemia molto più alta rispetto alla sera precedente.

Quindi, una dieta di un diabetico deve prevedere una certa quantità di carboidrati preferendo quelli che abbiano un indice glicemico basso. Se noi mangiamo glucosio, esso verrà assorbito immediatamente dal nostro organismo per cui la glicemia aumenterà in modo istantaneo, mentre se mangiamo pasta o pane dove il glucosio si trova sotto forma di amido bisognerà nella fase di digestione scindere l’amido in polimeri del glucosio sempre più piccoli fino ad arrivare al glucosio. Ne deriva che il glucosio si libera lentamente e gradualmente dando la possibilità a chi prende farmaci ipoglicemizzanti di stimolare la produzione di insulina.

L’indice glicemico (IG) rappresenta la capacità dei carboidrati contenuti negli alimenti di innalzare la glicemia. Per quantificare l’indice glicemico di un alimento è necessario assumerne 50 grammi e monitorare i livelli glicemici nelle due ore seguenti. Tali valori andranno poi confrontati con quelli dello standard di riferimento che nella fattispecie è il glucosio o il pane bianco (indice glicemico=100). Se un alimento ha indice glicemico pari a 60 significa che ingerendo 50 grammi di quel dato alimento la glicemia sale del 60% rispetto a quanto avviene con 50 grammi di glucosio.

In linea generale, tanto più un carboidrato è digeribile  tanto maggiore sarà il suo indice glicemico.

Non tutti i carboidrati sono uguali:    alcuni vengono assorbiti velocemente e determinano un aumento rapido della glicemia (IG alto)   altri rilasciano il glucosio più lentamente (IG basso).

Attribuendo il valore 100 al glucosio puro, ad esempio, abbiamo che il fruttosio ha 19, la pasta circa 50, le patate 90, la pizza 80, il latte circa 30, bibite con aggiunta di zuccheri circa 70.

Per un buon controllo del diabete è necessaria una stretta collaborazione tra paziente e diabetologo perché ogni organismo reagisce in modo differente alla stessa quantità di farmaco. Ad esempio, una unità di insulina può metabolizzare da 5 a 20 grammi di glucosio. E’, quindi, necessario che il malato faccia diversi autocontrolli preparando una tabella con la quantità e la qualità di cibo assunto, la glicemia prima del pasto,  la quantità di ipoglicemizzante assunto e la glicemia due ore dopo il pasto. In questo modo il diabetologo potrà intervenire in modo veramente corretto.

 

di Giuseppe Ugo Amodeo

da Magazine Messinaweb.eu