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Terapia insulinica nel diabete di tipo 2: opportunità o ultima spiaggia? PDF Stampa E-mail
Martedì 12 Ottobre 2010 14:15

Nell’immaginario dei pazienti e spesso anche nella visione di alcuni sanitari, la terapia insulinica per la cura del diabete di tipo 2 viene considerata come l’estrema ratio, quando tutti gli altri trattamenti con farmaci per bocca sono falliti e non si ha più il controllo della malattia.

In realtà, moltissimi studi ormai dimostrano che iniziare la terapia insulinica precocemente permette di raggiungere e mantenere più a lungo il buon compenso glicemico, che a sua volta è essenziale nel prevenire o ritardare nel tempo le complicanze croniche.

 

Cerchiamo di capire perché è utile iniziare per tempo la terapia insulinica. Al momento della diagnosi di diabete di tipo 2, la persona con diabete ha in media la metà delle beta-cellule rispetto a una persona non diabetica, quindi il pancreas già produce meno insulina in partenza.
Non solo: la glicemia costantemente elevata causa una tossicità a livello del pancreas, che lavora ancora meno di quanto realmente sia possibile.
Un altro problema proprio del diabete mellito tipo 2 è rappresentato dall’insulino-resistenza: l’insulina prodotta dal pancreas non funziona come dovrebbe a livello delle cellule, nelle quali il glucosio deve entrare per attivare tutti i processi biochimici dell’organismo. Ecco perché è necessario iniettare insulina dall’esterno: il pancreas ne produce meno e la funzione dell’insulina prodotta è comunque compromessa.Ci sono anche altri casi in cui è necessario iniziare la terapia insulinica nel diabete tipo 2: ad esempio, in concomitanza di un intervento chirurgico o di una malattia intercorrente, la glicemia si eleva in modo considerevole per il peggioramento dell’insulino-resistenza. Molti studi hanno dimostrato che il buon controllo glicometabolico riduce drasticamente i rischi legati all’intervento e alle complicazioni della malattia.
Ci sono poi alcuni farmaci che hanno come effetto collaterale il rialzo glicemico: un esempio è rappresentato dal cortisone, che in qualche caso deve essere assunto ad alte dosi e ciò può causare un’iperglicemia considerevole.
Sarà necessario un monitoraggio stretto della glicemia capillare e il diabetologo potrà prescrivere lo schema insulinico più idoneo.
Va anche ricordato che la terapia insulinica non è necessariamente “a vita”: se viene raggiunto un buon compenso glicemico e il pancreas produce una quantità sufficiente di insulina, è possibile ritornare alla terapia farmacologica per bocca.
In conclusione, al giorno d’oggi l’insulina non va considerata come l’ultima spiaggia, quando tutte le altre terapie  anno fallito, ma una ulteriore opportunità di cura per i pazienti e per i diabetologi, per raggiungere quel buon compenso della malattia e prevenire le sue complicanze.

 

di Emanuela Orsi

 

da Vivere il Diabete, anno 3 - numero 2

Rivista ufficiale della Società Italiana di Diabetologia (SID)