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Empagliflozin: buoni i risultati sulla pressione arteriosa PDF Stampa E-mail
Mercoledì 03 Ottobre 2012 09:34

Sarebbero buoni gli effetti di empagliflozin, inibitore dell’SGLT-2 in fase di sviluppo, sulla pressione arteriosa, oltre che sulla riduzione di HbA1c e sul peso ponderale: secondo i dati emersi da uno studio di Fase IIb, presentato durante il Congresso EASD in corso a Berlino, nei pazienti arruolati trattati con il farmaco si sarebbe infatti osservato un abbassamento della pressione sistolica di 4-5 mmHg rispetto al basale, più marcato nei pazienti con valori di pressione sistolica alti. “L’ipertensione è un fattore importante di aumentato rischio di mortalità per cause cardiovascolari  e renali in soggetti con diabete di tipo 2”, ha commentato Carlo Giorda, Presidente AMD. “Per questo motivo la gestione del diabete di tipo 2 deve sempre  prevedere come parte integrante, anche il controllo della pressione arteriosa, oltre a quello glicemico”.

Empagliflozin, prodotto da Boehringer Ingelheim e Lilly, appartiene a una classe terapeutica innovativa, quella degli inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT-2), attualmente  in fase di studio come farmaco ipoglicemizzante per pazienti con diabete di tipo 2. Il diabete di tipo 2 è caratterizzato da persistente iperglicemia (elevati livelli di glucosio nel sangue), associata a declino della funzionalità delle cellule beta pancreatiche delle isole di Langerhans che secernono insulina, e a aumento di resistenza all’insulina stessa. La maggior parte delle classi farmacologiche attualmente disponibili come terapia orale nel diabete di tipo 2 fanno leva sull’attività dell’insulina per ridurre la glicemia. Gli inibitori dell’SGLT-2 riducono il riassorbimento renale del glucosio, con conseguente eliminazione del glucosio in eccesso nelle urine e, poiché il loro meccanismo di azione è indipendente dall’insulina, questi inibitori riducono la glicemia indipendentemente dalla resistenza all’insulinica o dalla funzionalità delle cellule beta. “Empagliflozin è uno dei nuovi inibitori dell’SGLT-2 attualmente in fase avanzata di sviluppo che si dimostra di interesse, non solo per effetto di riduzione della glicemia, ma anche per una modesta ma potenzialmente utile riduzione della pressione arteriosa”, ha spiegato Stefano Del Prato, Presidente della Società Italiana di Diabetologia. “Come per gli altri farmaci della classe rimane da verificare l’impatto del segnalato aumento delle infezione delle vie urinarie e genitali”.

Al basale i valori medi di pressione sistolica erano di 131,3 mmHg nel gruppo con empagliflozin 10 mg e 132,5 mmHg nel gruppo con empagliflozin 25 mg, rispetto a 134,3 mmHg nel gruppo placebo. Alla settimana 12 le riduzioni medie di pressione sistolica sono state rispettivamente di 3,8 mmHg e 4,5 mmHg con empagliflozin 10 mg e 25 mg, rispetto a 1,2 mmHg con placebo. Con entrambi i dosaggi il calo della pressione sistolica rispetto al basale è stato statisticamente significativo. Nei pazienti con valori più alti di pressione sistolica al basale sono state osservate riduzioni medie rispettivamente di 17,0 mmHg e 13,4 mmHg con empagliflozin 10 mg e 25 mg, rispetto a 10,4 mmHg con placebo.
Le diminuzioni di pressione diastolica con empagliflozin sono state superiori a placebo con entrambi i dosaggi, ma non hanno raggiunto la significatività statistica. Le riduzioni di pressione arteriosa non sono state correlate né al calo ponderale né alle riduzioni di HbA1c osservate.

Empagliflozin è stato ben tollerato, con una percentuale di eventi avversi simile in tutti i gruppi di trattamento alla settimana 12 (34,2% con empagliflozin 10 mg, 31,6% con empagliflozin 25 mg e 34,6% con placebo).  Gli eventi più comuni hanno compreso infezioni delle vie urinarie e genitali, classificate in genere di grado lieve, così come riscontrato in tutti gli studi clinici condotti su empagliflozin ad oggi.
Il farmaco è attualmente in fase di valutazione all’interno del più grande programma di studi clinici di Fase III condotto sul diabete, che prevede l’arruolamento di più di 14.500 pazienti. Il programma comprende dieci studi multinazionali di Fase III, fra cui un ampio studio sugli esiti cardiovascolari. Gli studi cardine potrebbero essere completati a fine 2012, con inoltro dei dossier registrativi alle autorità statunitensi ed europee previsto entro il 2013.

 

 

da quotidianosanità.it