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L'alimentazione nei diabetici con microinfusore PDF Stampa E-mail
Martedì 31 Maggio 2011 05:49

L'impiego del microinfusore, che ormai è entrato nella pratica quotidiana di un gran numero di pazienti affetti da diabete tipo 1, consente una flessibilità maggiore nelle scelte alimentari. L’utilizzo ottimale del microinfusore prevede che il paziente conosca bene quanti carboidrati contengono i suoi pasti, in quanto i carboidrati assunti con gli alimenti sono i principali responsabili dell’aumento della glicemia postprandiale.
Conoscere la quantità di carboidrati degli alimenti consente di somministrare con maggiore precisione la quantità di insulina necessaria a “metabolizzare” i carboidrati presenti in un pasto, in una bibita, in uno spuntino.
Ma qual è il metodo che consente al paziente diabetico con microinfusore di ersonalizzare la terapia insulinica e adeguarla con precisione all’introito di carboidrati? Quello maggiormente utilizzato è il “conteggio dei carboidrati” (CHO counting), metodica che prevede un adeguato percorso di formazione del paziente in modo tale da educarlo:

  • alla conoscenza del contenuto di carboidrati degli alimenti
  • alla stima del peso della porzione di ogni alimento consumato (punto cardine del programma perché consente di calcolare con il minor margine di errore possibile la quantità di carboidrati presenti in un determinato alimento)
  • all’individuazione del proprio rapporto insulina/carboidrati.

È necessaria una prima fase di addestramento che consiste nel pesare con una bilancia ogni alimento che si intende consumare e valutare quanti carboidrati sono presenti in esso; ad esempio: per una fetta di pane di 50 g, considerato che 100 g di pane contengono 60 g di carboidrati, basta moltiplicare 50 (g di pane) x 60 (g di carboidrati contenuti in 100 g di pane) e dividere per 100, ottenendo così 30 g di carboidrati.
A questo punto, bisogna individuare il proprio rapporto insulina/ carboidrati, cioè quante unità di insulina somministrare al pasto in relazione al contenuto di carboidrati.

A tale scopo si possono seguire diversi approcci. Quello più utilizzato, anche se più complesso, consiste nel riportare su un diario la dieta seguita e la quantità di insulina somministrata.
Dalla misurazione della glicemia prima e dopo il pasto si individuano le occasioni in cui l’incremento glicemico post-prandiale non sia stato eccessivo (30-50 mg/dL) e si calcola un rapporto medio tra l’insulina somministrata e la quantità di carboidrati. Ad esempio: se il rapporto insulina/carboidrati è di 1:10, significa che è necessario somministrare un’unità di insulina ogni 10 grammi di carboidrati.
Occorre precisare, però, che la risposta glicemica post-prandiale non dipende soltanto dalla quantità di carboidrati di un alimento, ma anche dal tipo di alimento e le sue caratteristiche (presenza di grassi e fibre e natura stessa dell’alimento).
Infatti, è ormai ampiamente dimostrato come alimenti che contengono la stessa quantità di pasta provoca risposte glicemiche diverse.
Proprio per tener presente l’influenza che il tipo di alimento ha sulla risposta glicemica postprandiale, gli alimenti sono stati classificati alimenti ad alto, medio e basso “indice glicemico”.
Pertanto, poiché la risposta glicemica di un alimento dipende dalla quantità e dalla qualità dei carboidrati, è conveniente utilizzare un’ulteriore misura che tenga conto di entrambi i fattori: il “carico glicemico”, dato dal prodotto tra l’indice glicemico e i grammi di carboidrati disponibili nella porzione di alimento che si intende consumare.
Più alto è il carico glicemico di un alimento, maggiore sarà l’incremento della glicemia e, di conseguenza, il fabbisogno di insulina.
Dunque, conoscere la qualità e la quantità di carboidrati di ciascun alimento è fondamentale per l’alimentazione del paziente diabetico con microinfusore; tale conoscenza, però, deve essere accompagnata da un percorso educativo più ampio che tenga conto di tutte le raccomandazioni per una sana e corretta alimentazione.

 

da Vivere il Diabete