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Diabete, nemico n° 1 dei reni purtroppo in buona compagnia PDF Stampa E-mail
Mercoledì 28 Maggio 2014 05:53

A colloquio con Anna Solini, ricercatore di Medicina Interna, Università di Pisa; segretario eletto del gruppo di studio ‘nefropatia’ della società europea di diabetologia (EASD)

 

● Diabete, ipertensione, colesterolo, trigliceridi e fumo danneggiano i reni in modo silenzioso; come fare a scoprire il danno, quando è ancora nella fase “silenziosa”?

 

● Quali sono i trattamenti più efficaci e le strategie terapeutiche in fase di studio?

 

Il diabete è la principale causa d’insufficienza renale terminale, quella che porta alla dialisi, nelle popolazioni occidentali, seguito dal danno renale da ipertensione arteriosa. I numeri sono importanti, come si evince da studi condotti su diverse popolazioni, tra i quali lo studio RIACE, uno studio condotto con il supporto della Società Italiana di Diabetologia su 16,000 pazienti afferenti a 19 centri su tutto il territorio nazionale. La prevalenza di malattia renale cronica, cioè quando il filtrato glomerulare scende al di sotto dei 60 ml/min (indicativo di danno renale conclamato) si aggira intorno al 18% della popolazione diabetica. Tale percentuale aumenta in modo rilevante con l’avanzare dell’età:  tra gli ultra 65enni diabetici, una persona su tre è affetta da una nefropatia di grado severo.

 

Le cause di un danno fatto a…più ‘mani’. La nefropatia diabetica è un’affezione renale cronica dalla patogenesi estremamente complessa al cui determinismo, oltre ad una indubbia predisposizione genetica,  concorrono non soltanto un inadeguato controllo metabolico del paziente, ma anche la presenza di valori pressori elevati o di una dislipidemia. Ciò giustifica e, anzi, rende necessario un approccio multifattoriale per la prevenzione dell’insorgenza del danno renale, o per rallentare il declino della funzione renale una volta che essa sia già compromessa. Valori elevati di glicemia, ma anche la pressione arteriosa elevata, l’aumento del colesterolo e dei trigliceridi e il fumo danneggiano il rene attraverso tanti meccanismi.

L’effetto diretto dell’alto glucosio sulle cellule (con formazione di composti tossici per il metabolismo cellulare ed aumento dello stress ossidativo)  si somma a quello della dislipidemia, al danno delle arterie e delle arteriole provocato dalla frequente coesistenza di una ipertensione arteriosa, ad un danno di tipo infiammatorio, indotto da un eccesso di citochine ed altre molecole infiammatorie. La nefropatia diabetica è quindi una malattia molto complessa, della quale non sappiamo ancora tutto.

 

Per la diagnosi di danno renale non basta un solo esame! Fino a qualche anno fa si riteneva che la nefropatia diabetica avesse sempre lo stesso tipo di evoluzione e cioè che la prima ‘spia’ di danno a comparire fosse la microalbuminuria (cioè la presenza di piccole quantità di albumina nelle urine), seguita dalla macroalbuminuria e, infine, dalla riduzione del filtrato glomerulare, che è il vero danno funzionale. Più recentemente, studi osservazionali condotti su diverse migliaia di soggetti, tra cui lo studio RIACE,  hanno documentato come ci sia una percentuale rilevante di pazienti con diabete di tipo 2 (tra il 35 e il 50% circa) che perde una quota importante di filtrato, pur rimanendo normoalbuminurici. Si è identificato, quindi, un fenotipo diverso che potrebbe differire per alcuni aspetti patogenetici dalla “forma classica “, nonché richiedere un trattamento in parte diverso. Il messaggio importante, per il paziente, e soprattutto per i medici, è dunque quello di non basarsi solo sul valore della creatina o della microalbuminuria, ma di misurare anche, nelle persone con diabete, il  filtrato glomerulare, che si può calcolare applicando formule molto semplici che richiedono, oltre alla creatinina, solo il sesso e l’età del soggetto. In questo modo si evita il rischio che il danno renale avanzato possa non essere riconosciuto in un numero rilevante di pazienti. “La nefropatia continua ad essere motivo di ricorso alla dialisi in un numero crescente di persone con diabete in Italia – commenta il Prof. Stefano Del Prato, Presidente della Società Italiana di Diabetologia. Studi come quello commentato dalla Dr.ssa Solini, sono importanti perché mettono in guardia i diabetologi italiani sulla necessità di essere più incisivi e attenti nella identificazione delle persone a rischio, soprattutto quando questo può essere fatto con mezzi semplici ma efficaci”

 

 

Come prevenire o rallentare il danno renale. Il controllo stretto della glicemia è fondamentale nella prevenzione e nel trattamento della nefropatia: valori glicemici il più vicino possibili ai range di normalità rallentano l’andamento della malattia e, talvolta, ne inducono la regressione (ad esempio, normalizzando ll’escrezione urinaria di albumina).

Dati recenti inoltre sembrano suggerire che il buon controllo metabolico esercita sempre e comunque un effetto protettivo sul rene, anche se intrapreso tardivamente. Insomma, per la salute del rene, bisogna controllare in maniera molto attenta la glicemia, e sarebbe bene farlo da subito, ma non è mai troppo tardi! Il controllo della pressione arteriosa è altrettanto importante, va instaurato il più precocemente possibile e va mantenuto nel tempo, senza abbassare mai la guardia, pena la vanificazione dei benefici ottenuti. Convincenti evidenze scientifiche prodotte negli ultimi anni dimostrano anche l’effetto positivo che un adeguato controllo del profilo lipidico (quindi anche dei trigliceridi, non solo del colesterolo)  può esercitare sulla funzionalità renale. Ad esempio, il fenofibrato, un farmaco che abbassa soprattutto i trigliceridi, può ridurre l’albuminuria, rallentare la perdita del filtrato glomerulare e migliorare anche la retinopatia, un’altra temibile complicanza microangiopatica del diabete).

 

Cosa fare, ancora, per proteggere i reni? Nonostante  la messa in atto di un attento trattamento multifattoriale (volto, cioè, a controllare adeguatamente tutti i principali fattori di rischio cardiovascolare e di danno renale, che sostanzialmente sono gli stessi), la accurata correzione  di glicemia, pressione, dislipidemia può non essere sufficiente per arrestare il danno ai reni. L’età media dei nostri pazienti è, per fortuna, in aumento, ma c’è bisogno di strategie alternative per ridurre ulteriormente il cosiddetto ‘rischio residuo’, e garantire nei prossimi anni una drastica riduzione dell’accesso alle dialisi, un risultato che non siamo ancora stati in grado di conseguire. Infatti, una recente analisi pubblicata due settimane fa sull’autorevole New England Journal of Medicine documenta come, nella popolazione  statunitense, negli ultimi 20 anni, a fronte di una significativa riduzione della prevalenza di infarto miocardico e  ictus, il numero di pazienti che vanno incontro nel tempo ad insufficienza renale terminale è ancora piuttosto elevato.  Ciò giustifica lo sforzo che molti ricercatori stanno attualmente compiendo, volto a: 1) scoprire, con l’ausilio di tecniche modernissime di biologia molecolare quali la proteomica e la metabolomica,  marcatori precoci di malattia che permettano di identificare i pazienti più a rischio di sviluppare danno renale severo, concentrando su questi i massimi sforzi al fine di raggiungere precocemente i target metabolici e pressori raccomandati;  2) mettere a punto nuove terapie.

 

Strategie ‘difendi-reni’ ancora in fase di studio. Dati incoraggianti, emersi negli ultimi due anni e che giustificano gli ampi studi clinici ora in atto in migliaia di pazienti, riguardano l’utilizzo di derivati della vitamina D, che sembrano ridurre la escrezione urinaria di albumina; di fatto, è stato recentemente documentato come il deficit di vitamina D si associ ad una più alta incidenza di insufficienza renale terminale in pazienti con nefropatia diabetica.  Qualora gli studi di supplementazione  con la vitamina D attualmente in corso, dessero risultati positivi sulla riduzione o rallentamento del danno renale nelle persone con diabete avremmo un’arma in più da utilizzare per proteggere la salute dei reni. Altre possibilità interessanti, ma che richiedono ulteriori conferme in merito sia alla loro efficacia che alla sicurezza, e quindi sono – al momento –lontane da un possibile utilizzo nella pratica clinica, riguardano molecole che possono agire riducendo l’infiammazione, componente assai importante nel determinismo e nella accelerazione del danno renale in corso di diabete: tra queste, alcuni regolatori dello stress ossidativo quali i derivati della pentossifillina; gli antagonisti selettivi del recettore A della endotelina;  i modulatori del Vascular Endothelial Growth Factor- A (VEGF-A), un fattore di crescita regolatore della permeabilità vascolare che svolge un ruolo importante anche nello sviluppo della retinopatia.

 

 

 

 

 

 

 

Ufficio stampa SID

Maria Rita Montebelli –

Andrea Sermonti – 3