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Una speranza dalla ricerca italiana: parla il Prof. Francesco Dotta autore dello studio che ha portato alla scoperta di un virus che potrebbe essere uno dei fattori che contribuiscono alla comparsa del diabete tipo1. PDF Stampa E-mail
Mercoledì 25 Aprile 2007 06:42

E' del 15 marzo 2007 la notizia che scienziati italiani hanno per la prima volta isolato il virus Coxsackie B4 dal pancreas di pazienti affetti da diabete di tipo 1.

Abbiamo chiesto al Prof. Francesco Dotta* , dell'Università di Siena e autore principale delle studio, di spiegarci l'importanza di questa scoperta.

- Professor Dotta, perchè è così importante la vostra ricerca?

Il diabete tipo 1, caratterizzato dalla distruzione da parte del sistema immunitario delle cellule che producono insulina, è una malattia ad origine multifattoriale. Una predisposizione genetica (legata soprattutto a geni del sistema maggiore di istocompatibilità HLA), fenomeni autoimmunitari (autoanticorpi, linfociti T autoreattivi) e fattori ambientali sono ritenuti gli elementi responsabili della comparsa della malattia.

Sono stati proposti numerosi fattori ambientali potenzialmente coinvolti nel diabete tipo 1; tra i più accreditati si segnalano alcune infezioni virali (da enterovirus o da rotavirus) oppure elementi della dieta (es.: proteine del latte bovino introdotte precocemente nell'alimentazione del bambino), senza però evidenze conclusive al riguardo.

Per quanto riguarda le infezioni virali, queste sono state da molti anni messe in relazione al diabete tipo 1 da dati epidemiologici nell'uomo e da risultati ottenuti su modelli animali di tale malattia. Tuttavia, ad oggi, mancava la dimostrazione diretta della presenza del virus nelle cellule bersaglio.

I risultati della nostra pubblicazione rappresentano il frutto di una collaborazione internazionale iniziata oltre 5 anni fa, coordinata dalle Università di Siena e di Pisa, e mirato a caratterizzare i fenomeni immunitari ed i meccanismi di distruzione e di morte della beta cellula in soggetti con diabete tipo 1. Poiché avevamo l'obiettivo di ottenere informazioni sia sulla natura e la funzione delle cellule coinvolte in tale processo (cellule del sistema immunitario da un lato, e cellule beta pancreatiche dall'altro) che sul ruolo di specifiche molecole che risultavano molto promettenti in base a studi condotti in modelli animali di malattia, siamo ricorsi all'utilizzo di campioni di pancreas da donatori d'organo affetti da diabete tipo 1 di recente diagnosi. Ovviamente, questi pazienti sono, per fortuna, rarissimi e, in 5 anni, è stato possibile raccoglierne 6 ( 2 in Italia, 2 negli USA e 2 in Canada)

Questo ci ha permesso, per la prima volta nell'uomo, di svolgere una serie d'indagini sia a livello molecolare che cellulare.
Durante questi studi, un'analisi al microscopio elettronico ci ha permesso di identificare la presenza di particelle virali all'interno delle cellule beta di una paziente con recente diagnosi di diabete tipo 1.
A questo punto, abbiamo esteso tale analisi a tutti i campioni in nostro possesso, riscontrando i segni di un'infezione virale nelle cellule beta di altri 2 pazienti, per un totale d 3 pazienti positivi per il virus sui 6 analizzati.

Siamo quindi passati all'identificazione del virus e, dopo notevoli sforzi e grazie alla fondamentale collaborazione del Centro Ricerche della Novartis Vaccines di Siena, abbiamo isolato il virus identificandolo come una nuova variante del già noto Coxsackie B4.
Le isole pancreatiche di quel sottogruppo di soggetti con infezione virale beta-cellulare, presentavano segni d'infiammazione (insulite) caratterizzata dalla presenza di cellule “natural killer”, ma senza la tipica infiltrazione da parte dei linfociti T autoreattivi.

Quando poi con lo stesso virus abbiamo provato ad infettare cellule beta-pancreatiche sane, queste sono diventate a loro volta difettose nella secrezione dell'ormone e presentavano segni di sofferenza cellulare, ma non venivano distrutte; a conferma che, da un lato, l'infezione virale era in grado di indebolire e di interferire con il normale funzionamento delle cellule beta (e quindi con la secrezione d'insulina), mentre, dall'altro, tale infezione non poteva essere, da sola, causa di malattia in assenza di altri fattori (es.: fenomeni autoimmuni).

Il nostro studio è stato possibile grazie al finanziamento della Juvenile Diabetes Research Foundation International (JDRFI), della European Foundation for the Study of Diabetes (EFSD), del Ministero della Salute e della Fondazione di Ricerca Biomedica “Umberto Di Mario” ONLUS (già Fondazione Promoter ONLUS).

- Quindi Professore, quale è il significato della ricerca?

Nel presente studio abbiamo identificato un altro attore potenzialmente coinvolto nella patogenesi del diabete tipo 1. Riteniamo infatti che, in un sottogruppo di pazienti, un'infezione virale delle beta-cellule potrebbe indebolirle ed interferire con la loro normale funzione. Un tale quadro, in un soggetto geneticamente predisposto alla malattia e con fenomeni di autoimmunità in atto (presenza di autoanticorpi e/o di linfociti T autoreattivi), può esitare nell'esordio clinico della malattia.

  - Quando parliamo di ricadute terapeutiche, a cosa ci riferiamo? Prevenzione? Cura?

  Soprattutto alla prevenzione: attraverso l'uso di un vaccino (o di farmaci anti-virali) si potrebbe proteggere la beta-cellula da tale infezione e quindi, renderla potenzialmente più resistente alla distruzione autoimmune. Tuttavia, in base ai dati disponibili che hanno dimostrato che il diabete tipo 1 è una malattia ad origine multifattoriale, è assai difficile che tale strategia “anti-virale” da sola sia in grado di prevenire la malattia. Questa andrà comunque associata ad una delle terapie di modulazione del sistema immunitario attualmente oggetto di studio.
La conoscenza della struttura completa del virus da noi identificato rappresenta il primo passo per lo sviluppo di un vaccino specifico che, naturalmente, dovrà prima essere testato in modelli animali e, in caso di successo, nell'uomo.

Professore è stato chiarissimo.
La ringraziamo per averci spiegato meglio l'importanza ed il significato del suo studio, ma soprattutto la ringraziamo per l'impegno che quotidianamente mette nella ricerca di una possibile cura contro il diabete e le auguriamo buon lavoro.

Siamo in tanti a contare su di lei!

 

*Direttore U.O. di Diabetologia - Policlinico "Le Scotte"
Dip. di Medicina Interna, Scienze Endocrine e Metaboliche, Università di Siena

 

 

Daniela D'Onofrio

25 marzo 2007